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Un sonnellino aumenta la produttività, anche in azienda

Vorresti essere più produttivo? Fai un pisolino! Pare proprio che la pennichella sia una risorsa preziosa per rinfrescare e ricaricare la mente, a tutto vantaggio del lavoro e della creatività. D’altronde gli esempi illustri non mancano: Albert Einstein, Leonardo Da Vinci, Thomas Edison e Winston Churchill sono solo alcuni dei cervelli celebri che praticavano l’arte del sonnellino. E molte imprese stanno prendendo in considerazione questo piacevole break per il benessere dei dipendenti e per i risultati aziendali: secondo un sondaggio della Society for Human Resource Management (SHRM), circa il 6% delle organizzazioni statunitensi, tra cui The Huffington Post, Nike e Pizza Hut, ha iniziato a fornire stanze per il pisolino ai propri dipendenti. Postazioni per i sonnellini, amache per i pisolini e persino suite per mini dormite si sono fatte strada negli aeroporti, nelle università e nei centri commerciali.

La mancanza di sonno “costa” cara 

Se si ha difficoltà a rimanere concentrati e rispettare le scadenze sul lavoro, dietro potrebbe esserci una ragione scientifica. Secondo la rivista Sleep, la mancanza di sonno costa alle aziende statunitensi ben 63 miliardi di dollari di perdita di produttività ogni anno. La ricerca mostra che anche un pisolino di 30 minuti può migliorare la memoria e aumentare la concentrazione. Ma il pisolino serve anche ad abbassare i livelli di stress: quando si dorme, il cervello elabora i sentimenti e le esperienze vissuti durante il giorno. Di conseguenza, se il sonno viene interrotto o è troppo breve, rimangono più emozioni negative che positive. Diversi studi illustrano l’impatto benefico che un minore livello di stress ha sulla salute e, di conseguenza, sulle prestazioni. Il sonnellino può ridurre l’ansia e la depressione a livello chimico, abbassando al minimo i livelli di cortisolo (un ormone che eleva la glicemia).

Il pisolino migliora la memoria

Concedersi qualche momento di sonno extra ha anche un impatto significativo sulla memoria. Ad esempio, se si tende a replicare sempre gli stessi errori oppure a  scordare facili incombenze, il pisolino potrebbe essere la risposta. “Sonnecchiare”, anche non in maniera profonda, aiuta a potenziare la memoria. Uno studio della Nasa ha scoperto che il pisolino migliora attivamente la memoria sul lavoro, il che comporta la focalizzazione dell’attenzione su una mansione mentre si tengono in memoria altri compiti. E’ una dote importante quando si devono svolgere compiti complessi, come la gestione delle missioni spaziali, ma la regola è valida in ogni ambito lavorativo! 

Sport, l’antistress che piace ai giovani

Nell’immaginario collettivo, lo sport è salute e soprattutto inclusione. Dopo la lunga esperienza del Covid, è ancora così? Terre des Hommes e OneDay l’hanno chiesto a mille giovanissimi di tutta Italia, tra i 13 e i 23 anni, attraverso l’Osservatorio Permanente sullo Sport e le Nuove Generazioni. Il risultato, in estrema sintesi, è che lo sport piace a tutti, ma non è poi così inclusivo, anzi è spesso scenario di discriminazioni e abusi. Ancora, nello sport non si investe abbastanza tempo e abbastanza denaro.

Le motivazioni per farlo
La reclusione portata dai lockdown e le lunghe limitazioni dell’ultimo periodo sono sicuramente responsabili del nuovo significato che viene attribuito all’attività fisica. In base ai dati raccolti dallo studio, infatti, 6 ragazzi su 10 dicono che il motivo per cui fanno attività fisica è proprio per scaricare stress, ansie e fatiche scolastiche, mentre solo il 37% dice di farlo per passione.
Ragazzi e ragazze credono nello sport come strumento di inclusione, però il 77% di loro ritiene che lo Stato e le Istituzioni non investono abbastanza per renderlo tale, tanto che nelle scuole e nelle città non ci sono sufficienti strutture per renderlo accessibile a tutti gratuitamente (il 50% dei giovani dichiara che nelle loro scuole non hanno campi sportivi).

Differenze di genere, abusi e molestie, quello che non ti aspetti dallo sport
In tema di differenze di genere, i giovani della generazione Z ritengono che spesso, e ingiustamente, i ragazzi siano avvantaggiati rispetto alle ragazze nella carriera sportiva così come negli stipendi (sostenuto da oltre il 90%) e che dentro e fuori dalle competizioni sportive troppo spesso si verifichino episodi di bullismo (42%), violenza (verbale e fisica, rispettivamente per il 72% e 46%), abusi e molestie sessuali (17%). Infine, circa 1/3 tra ragazzi e ragazze dice di aver subito comportamenti inappropriati da parte di adulti e il 45% da pari.

Ragazzi protagonisti del cambiamento
Consapevoli come nessun altro di quello che non va, i ragazzi vogliono essere protagonisti del cambiamento. Il 60% di loro, infatti, vorrebbe contribuire a scrivere un regolamento condiviso da atleti, famiglie e società sportive per renderlo più equo, inclusivo e sicuro.
“Attraverso questo Osservatorio ragazzi e ragazze ci fanno capire quanto lo sport sia una parte fondamentale della loro vita, esprimendo tutto il disagio che hanno vissuto in questo anno e mezzo di pandemia, quando non hanno potuto praticarlo regolarmente – commenta Paolo Ferrara, Direttore Generale di Terre des Hommes Italia -. Non solo, i giovanissimi ci dicono anche chiaramente tutto quello che non va nel mondo dello sport, dove purtroppo sono presenti discriminazioni, bullismo e abusi. I campi da gioco sono un luogo cruciale per la crescita di bambini, bambine, ragazze e ragazzi e dobbiamo garantire che siano un ambiente sicuro, sereno e piacevole per tutti”.

I trend dell’effetto Covid sulla casa e gli italiani

L’effetto dirompente del Covid sulle abitudini degli italiani ha coinvolto due temi chiave del Paese, la casa e la famiglia, strettamente connessi con il welfare e il risparmio. Il Rapporto Nomisma “La Casa e gli Italiani”, ha rilevato tre apprendimenti: il primo riguarda l’accelerazione digitale, probabilmente irreversibile, che sfida a riprogettare i servizi, le abitazioni, e le città in cui viviamo. Il secondo riguarda la città diffusa, che spesso produce isolamento e non diminuisce l’impronta ecologica. Il processo di urbanizzazione e la spinta ad avere una casa di proprietà non ha infatti prodotto quell’abitare sociale in grado di migliorare la qualità dei territori. Il terzo apprendimento riguarda invece l’imprevedibilità. La pandemia infatti ha svelato la nostra fragilità, e nella società odierna le transizioni improvvise dell’esistenza impattano sull’abitare.

L’abitare-arricchito e la dimensione outdoor 

“La pandemia ha costretto le famiglie a fare il punto sulla casa, almeno nella dimensione indoor – commenta Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma -. Un primo dato è chiaro e ambivalente: una metà ha riscoperto il piacere della ‘casa-tana’, l’altra metà l’incubo della ‘casa-gabbia’. Tuttavia, se nelle fasi di restrizione ci siamo concentrati sulla casa come luogo della scuola, del lavoro e del tempo libero, nelle altre fasi di graduale riapertura abbiamo rivolto lo sguardo più alla dimensione outdoor della casa, in cerca di una migliore qualità del contesto e dei servizi. In questo senso l’offerta di abitare, pubblica e privata, dovrà riguardare sempre di più un ‘Abitare-arricchito’ – continua Mercatali – che in qualche modo, è un abitare più complesso e sociale, di cui ancora oggi vediamo poco traccia nelle politiche, si pensi al Superbonus, nei programmi nazionali, come il Pinqua, e nelle pratiche degli operatori privati”. 

Il protagonismo delle città medie
Sul ‘dove’ abitare, l’architetto designer Mario Cucinella, di Studio MC A, individua una via di mezzo fra la fuga dalla città in favore dei piccoli borghi e il protagonismo delle città medie e piccole, funzionali e adeguate alle esigenze sociali e professionali delle persone, dove è radicato un sistema di facilities che rendono la vita più semplice.
Di certo, il mercato deve reagire a questo fermento. “Quello che ancora non vedo -puntualizza Cucinella – è un mercato immobiliare pronto a recepire le tante nuove esigenze della domanda, che ogni giorno diventa più complessa e frammentata. In altri Paesi europei, ad esempio, si va diffondendo il city pop, uno strumento e concetto di vita innovativo che offre appartamenti arredati di poche decine di mq, affittabili per brevi periodi, fino a 52 settimane”.

Il sogno italiano della casa di proprietà si è rattrappito

Il Covid ha ribaltato la filosofia dell’abitare e ha mostrato che il ‘sogno italiano’ della casa di proprietà come fine ultimo e da tramandare per generazioni si è rattrappito. Le mutate condizioni economiche delle famiglie pongono il problema delle reali possibilità di acquisto e il desiderio della casa dei sogni nella città ideale.   “L’indagine Nomisma è un’occasione preziosa per fare il punto del rapporto fra la ‘città di sopra’ e la ‘città di sotto’ – spiega sociologo presso l’Università di Macerata Clombi – fra il desiderio di casa e il proprio ‘zainetto’ in dotazione. Quanti incauti scivoleranno dalla città di mezzo a quella di sotto? Quanti nuclei familiari diventeranno da vulnerabili a vulnerati?”. Queste preoccupazioni nascono dal fatto che il tema della casa, nonostante iniziative come il Superbonus, è lasciato alle famiglie, molte delle quali sono ‘miopi’ rispetto alle proprie reali possibilità.

Lavoro da remoto, per la metà dei dipendenti è come un “benefit”

Lavorare da remoto si conferma quasi un benefit per una grandissima parte dei lavoratori, che sarebbero addirittura disposti ad accettare una riduzione dello stipendio o addirittura a rinunciare a una promozione pur di continuare a svolgere i loro compiti da casa. Solo il 16% dei dipendenti vuole tornare in ufficio. Questi dati si riferiscono a una ricerca condotta nel Regno Unito da Ivanti Inc., piattaforma di automazione per rendere le connessioni IT più intelligenti e sicure, che ha messo in luce l’ottimo riscontro ottenuto dall’approccio dell’Everywhere Workplace. Ecco qualche percentuale dei voti espressi dai dipendenti inglesi: quasi due terzi (66%) degli intervistati ha dichiarato che preferirebbe lavorare da remoto anziché ricevere una promozione e quasi la metà (49%) ha affermato che accetterebbe una riduzione dello stipendio in cambio della possibilità di lavorare da remoto. Confermando ulteriormente il desiderio di lavorare a distanza, solo il 16% degli intervistati ha sostenuto di voler tornare in ufficio a tempo pieno in futuro.   

Molto meno stress e tempo guadagnato

Tra i maggiori benefici rilevati si evidenzia la riduzione da stress (42%), il risparmio di tempo (48%) e un migliore equilibrio lavoro-vita privata (45%). Di contro, le principali preoccupazioni sono legate a una minore attività fisica durante la giornata (40%), l’assenza di interazioni con i colleghi (44%) e il restare troppe ore davanti allo schermo (33%). Nonostante queste criticità, in seguito all’adozione di modalità di lavoro in smart working, più della metà degli intervistati (55%) ha riscontrato un sensibile miglioramento del proprio umore.
Secondo l’indagine, il 39% degli intervistati preferirebbe lavorare da casa anche dopo l’emergenza sanitaria, mentre il 41% preferirebbe una combinazione tra casa e ufficio, confermando che questa flessibilità può essere un valido strumento di selezione del personale per le imprese, garantendo al tempo stesso protocolli di sicurezza, formazione e strumenti tecnologici adeguati a proteggere da eventuali cyberattacchi. Le organizzazioni hanno anche bisogno di modernizzare i loro help desk per garantire che i lavoratori da remoto ricevano soluzioni veloci e personalizzate a ogni problema IT.

Il bisogno di supporto IT

Sono proprio le problematiche legate alla tecnologia quelle che hanno causato qualche grattacapo ai lavoratori in smart working. Il 23,38% degli intervistati ha contattato l’help desk almeno una volta alla settimana, mentre il 25,27% ha richiesto supporto IT da una a tre volte al mese mentre lavorava da remoto, sottolineando che le principali criticità sono state legate alla difficoltà di accedere alle risorse aziendali (20,78%), a problemi di Wi-Fi (21,98%) e reset delle password (28,77%).

Mancano profili tech, come colmare il gap?

Un grande gap tra domanda e offerta difficile da colmare: quello del reperimento di profili tech, indispensabili allo sviluppo digitale. L’accelerazione impressa alla digitalizzazione dalla pandemia rende infatti difficile colmare questo gap. In Europa “ci sono 5,7 milioni di developer di professionisti It che possono supportare le aziende nella digitalizzazione – spiega all’Adnkronos/Labitalia Nelly Bonfiglio, Cco di Codemotion – ma di questo totale solo il 13% è alla ricerca attiva di lavoro”.  Ulteriore criticità è dovuta al fatto che le aziende, “per mettersi in contatto con questi profili hanno bisogno di parlare la loro stessa lingua – osserva Bonfiglio – quindi la grande sfida e la grande difficoltà che oggi riscontriamo è quella di ripensare totalmente il processo di hiring e selezione dei professionisti”.

Il ruolo dei Tech Hr recruiter

Per avere successo nel reperimento di un ottimo professionista, occorre centrare tre obiettivi. “Innanzitutto occorre essere capaci di raccontare le best practices, le cose migliori tra quello che fa l’azienda. Poi bisogna sapere trasmettere la cultura e i valori aziendali – aggiunge Bonfiglio -. E infine bisogna offrire avere salari competitivi”.
Insomma, l’Hr deve lavorare per rendere “sempre più noti la cultura e i valori aziendali, mentre il dipartimento tech può affrontare i processi di selezione in modo puntuale – spiega Bonfiglio -. Per questo nascono sempre più Tech Hr recruiter che si occupano proprio della selezione e del supporto ai dipartimenti tecnici dell’assunzione di figure It”.

Le piccole aziende sono più aperte nel cercare le risorse all’esterno

Contrariamente a quanto si può pensare, nel processo di digitalizzazione le Pmi non sono le più svantaggiate. “Le piccole aziende sono molto più aperte nel cercare le risorse all’esterno – racconta la Cco – Inoltre continuano a nascere molte start up e scale up, e anche in questo caso notiamo movimenti virtuosi: queste nuove realtà hanno un occhio più fresco e sono più flessibili nel farsi guidare”.
In ogni caso, se infrastrutture e competenze sono gli asset fondamentali per lo sviluppo della digitalizzazione, “c’è la sfida della Pa, in tutti i tanti settori di cui si occupa – commenta la manager – basti pensare che solo l’1% della superficie nazionale viene curata con tecnologie smart”.

È necessaria una trasformazione della cultura e dei valori aziendali

L’obiettivo principale è quindi quello di colmare il gap di competenze digitali dell’Italia. “La pandemia ci ha costretto ad andare più veloci verso la digitalizzazione e le aziende devono ‘pensare in digitale’. Non si tratta soltanto di digitalizzare l’offerta – spiega ancora la Cco di Codemotion – e non basta un sito o un team tecnico a portare l’azienda a pensare in digitale. Ma è una trasformazione un po’ generale della cultura e dei valori – aggiunge -. Per questo bisogna fare in modo che tutti i dipartimenti aziendali abbiamo un set minimo di competenze digitali con cui poter affrontare il cambiamento”.

Codice della strada e norme anti-Covid. Gli italiani e le regole

Qual è il rapporto degli italiani con le norme, soprattutto quelle anti Covid e quelle del Codice della strada? Alla domanda risponde la Fondazione VINCI Autoroutes con il suo 11° Barometro della guida responsabile. Il sondaggio, realizzato da Ipsos in 11 Paesi europei, presenta una panoramica dei principali comportamenti alla guida e un’analisi del rapporto con le regole sia rispetto al Codice della strada sia alle vigenti norme sanitarie anti-Covid. E dai risultati emerge che il 77% dei conducenti europei e il 75% di quelli italiani non rispettano alcune delle regole imposte dal Codice della strada, e fanno altrettanto con le norme sanitarie anti-Covid.

Il 66% ammette inosservanze nei confronti delle norme anti-Covid 

Nello specifico, il 70% dei conducenti italiani riconosce di non rispettare sempre le regole del Codice della strada. Analogamente, anche se in misura minore, il 66% degli italiani ammette delle inosservanze nei confronti delle norme anti-Covid (gesti di prevenzione, lockdown, coprifuoco, ecc). La prima ragione adottata per spiegare il mancato rispetto delle regole è che non sarebbero sempre adatte alla situazione.

Ciò è affermato dal 40% degli italiani a proposito del Codice della strada e dal 32% a proposito delle regole sanitarie.

Il comportamento degli italiani alla guida

Quanto a coloro che dichiarano di rispettare le regole sembrano motivati dalla loro finalità, vale a dire prevenire i rischi di incidente o contagio.  In relazione al proprio comportamento, il 30% degli italiani ammette però come probabile una parte di responsabilità in caso di incidente e il 39% in caso di contagio. Tuttavia, sono particolarmente numerosi i conducenti che non rispettano le regole di base del Codice della strada. L’86% dei conducenti italiani supera infatti di alcuni chilometri orari il limite di velocità e il 50% passa quando il semaforo è arancione o è appena diventato rosso, il 48% dimentica di mettere la freccia per sorpassare o cambiare direzione, il 40% non si ferma allo stop e il 31% sosta in doppia fila.

Comportamenti a rischio troppo diffusi e buone pratiche in diminuzione

L’8% ammette poi di guidare anche quando ha superato il limite di alcol consentito, il 5% dichiara di mettersi al volante avendo assunto farmaci che potrebbero alternarne la vigilanza, e il 2% si mette in viaggio avendo fumato cannabis o assunto droghe. Inoltre, l’11% dei conducenti italiani ha già avuto, o rischiato di avere, un incidente perché si era addormentato alla guida.  Il 53% dei conducenti italiani non rispetta le distanze di sicurezza, condizione pertanto indispensabile per preservare una buona visibilità sulla strada, e il 47% dimentica di rallentare avvicinandosi a una zona di lavori.

La rivoluzione green giova alle aziende

Investire nella rivoluzione green fa bene alle aziende: un terzo riduce i consumi energetici, un quinto dà un taglio ai rifiuti, il 14% dice addio all’utilizzo di sostanze chimiche nocive, il 10% contiene l’utilizzo delle risorse idriche, e migliorando la logistica, riduce anche le emissioni di CO2. Si tratta di alcuni risultati emersi dall’indagine effettuata su oltre 32mila imprese nell’ambito del progetto Sisprint (Sistema integrato di supporto alla progettazione degli interventi territoriali), condotto da Unioncamere e dall’Agenzia per la Coesione territoriale, e finanziato dal PON Governance e Capacità Istituzionale 2014-2020

La riduzione delle materie prime energetiche è il beneficio più frequente

Interrogate sull’impatto ambientale degli investimenti green, il più frequente tra i benefici indicati dalle aziende è la riduzione delle materie prime energetiche (32,7%), con punte del 42% per la Sardegna, del 40% per la Calabria e del 38,7% per la provincia autonoma di Bolzano. Bolzano è anche in cima alla classifica delle aree territoriali in cui le imprese segnalano di aver ridotto i rifiuti investendo in greeneconomy. A fronte di un dato medio del 20%, le imprese altoatesine indicano questo effetto nel 26,2% dei casi, seguite dalle emiliano romagnole (24%) e dalle laziali (23,7%).

Puglia, medaglia d’oro in “chimica verde”

La medaglia d’oro per la riduzione o l’eliminazione di sostanze chimiche nocive, e per l’introduzione o sostituzione di sostanze tradizionali con prodotti di chimica verde, va alla Puglia (18,3%), a fronte di una media del 13,8% a livello nazionale, seguita dalla Liguria (17,8%) e le Marche (16,9%). In testa per il risparmio di acqua le imprese sarde, siciliane e bolzanine. Contro una media del 10,4%, in queste tre aree l’indicazione proviene rispettivamente dal 19,3%, 15,1% e 14,9% delle attività produttive. Per i miglioramenti nella logistica e nei trasporti, con l’abbattimento dell’anidrite carbonica introdotta nell’ambiente, primeggiano le aziende umbre (13%), quelle lucane (12,7%), e quelle campane (12,3%).

La greeneconomy piace a tutti i settori produttivi

Tra le indicazioni delle aziende vi è poi anche la crescita dell’utilizzo di materie riciclate, l’allungamento dei tempi di vita dei prodotti, il recupero di prodotti usati e la loro riconversione in prodotti nuovi. A imboccare la strada della greeneconomy sembrano essere le imprese di tutti i settori produttivi. Tra il 2016 e il 2020, hanno infatti investito in processi produttivi a minor impatto ambientale un quarto delle aziende manifatturiere, il 18,5% di quelle che si occupano di alloggio e ristorazione, il 12,8% di quelle commerciali e dei trasporti/magazzinaggio, il 12,7% delle Attività artistiche, di intrattenimento e di riparazione, e più di una impresa su 10 delle Costruzioni e delle attività professionali, riporta Ansa.

Mutui green, 3 su 100 hanno chiesto un finanziamento ecosostenibile

La tendenza verso l’ecosostenibilità non riguarda più solo gli acquisti relativi alla vita di tutti giorni, come l’alimentare o il food, ma arriva addirittura a coinvolgere il settore dei mutui. E gli italiani si dimostrano sensibili a questa tematica: lo fa presente una recente analisi condotta da Facile.it e Mutui.it, che evidenzia come negli ultimi nove mesi quasi 3 richiedenti su 100 hanno presentato domanda per ottenere un finanziamento ‘verde’ per l’acquisto della casa. Ma di cosa si tratta esattamente e chi lo richiede?

Finanziamenti pensati per acquistare abitazioni ad alta efficienza energetica

Le percentuali sono il frutto dell’analisi di oltre 75mila richieste di finanziamento registrate dai due portali fra maggio 2020 e febbraio 2021:  anche se i numeri sembrano bassi, avverte il report “E’ bene considerare che i mutui green sono prodotti principalmente destinati all’acquisto di immobili ad alta efficienza energetica (classi energetiche A o B) e, stando alle ultime stime ufficiali (Fonte Enea, 2019), in Italia solo il 10% delle unità abitative rientra in questa categoria”. Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it, sottolinea poi che “Nonostante il 2020 sia stato un anno complesso per il settore immobiliare, il mercato dei mutui green ha poco per volta iniziato a prendere forma anche in Italia. Si tratta ancora di una nicchia, ma le potenzialità di crescita sono davvero importanti, soprattutto se consideriamo che grazie al Superbonus 110% molti edifici miglioreranno la propria classe energetica ampliando così il bacino di immobili che potranno accedere a questo tipo di finanziamento”. D’altronde, la possibilità di accedere al Superbonus 110%, stando a un’altra rilevazione, interessa ben 9 milioni di nuclei familiari intenzionati a riqualificare la propria casa.

Il profilo di ha richiesto un mutuo green

Infine, è interessante scoprire l’identikit di chi ha effettuato una richiesta per ottenere un mutuo green. Si tratta in prevalenza di abitanti, nell’ordine, di Trentino-Alto Adige, seguito dal Veneto e dalla Valle d’Aosta. La cifra per cui è stata presentata la domanda è in media  174.151 euro, ovvero il 32% in più rispetto all’importo medio normalmente richiesto agli istituti di credito per l’acquisto di una casa. Una differenza così elevata è dettata dal fatto che gli immobili oggetto di mutuo green sono principalmente abitazioni in classe energetica A o B e pertanto il loro valore è più alto rispetto ad una in classe energetica compresa tra la C e la G.

Inflazione torna positiva dopo 8 mesi, a gennaio +0,4%.

Nel mese di gennaio, l’Istat stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,7% su base mensile rispetto allo -0,2% di dicembre, e un aumento dello 0,4% su base annua. Dopo otto mesi di variazioni negative dei prezzi al consumo a gennaio 2021 l’inflazione torna quindi positiva. La stima preliminare era +0,2%. L’inflazione torna positiva prevalentemente per l’attenuarsi della flessione dei prezzi dei beni energetici, passati da -7,7% del mese precedente a -4,9%, sia nella componente regolamentata (da -7,0% a -2,1%) sia in quella non regolamentata (da -8,1% a -6,3%), e in misura minore per l’accelerazione di quelli dei beni durevoli (da +0,6% a +1,2%) e per il calo meno ampio dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da -0,7% a -0,1%).

Crescono i prezzi dei beni energetici, dei beni durevoli e dei beni alimentari

L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi e quella al netto dei soli beni energetici, sono entrambe in crescita (+0,8%) rispetto al +0,6% di dicembre. L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici sia regolamentati (+4,8%) sia non regolamentati (+2,3%), dei beni durevoli (+1,0%) e dei beni alimentari (+0,8%) riporta Askanews. L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +0,6% per l’indice generale e a +0,3% per la componente di fondo.

L’Ipca registra una diminuzione dello 0,9% su base mensile

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano da +0,6% a +0,4%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto attenuano la loro flessione da -0,3% a -0,1%. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra una diminuzione dello 0,9% su base mensile e un aumento dello 0,7% su base annua (da -0,3% di dicembre), mentre la stima preliminare era +0,5%. La crescita tendenziale più marcata dell’Ipca rispetto a quella del Nic si deve ai prezzi di abbigliamento e calzature, che su base annua aumentano del 5,2%, invertendo la tendenza e accelerando da -0,2% di dicembre.

L’Indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,6% su base mensile

L’avvio dei saldi invernali diversificato tra le regioni, a differenza dello scorso anno quando iniziarono tra il 4 e il 5 gennaio, produce infatti un calo congiunturale dei prezzi di abbigliamento e calzature (-18,5%) meno ampio di quello di gennaio 2020 (-22,7%), che si riflette sulla dinamica tendenziale sia di questo raggruppamento merceologico sia dell’indice generale. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,6% su base mensile e dello 0,2% su base annua.

La ripresa dei consumi è lenta, gli investimenti in recupero

Dopo il ritorno a una crescita economica sostenuta nel terzo trimestre, a cui hanno contribuito le politiche di sostegno messe in atto dal Governo, l’aumento dei contagi degli ultimi mesi si riflette sulle prospettive di breve termine. Nonostante le misure di incentivi, la ripresa dei consumi è lenta, e lo sarà almeno fino al 2023. A quanto si legge nelle Proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana della Banca d’Italia nei prossimi tre anni la ripresa dei consumi delle famiglie italiane, “frenata da una ancora elevata propensione al risparmio precauzionale”, sarà più graduale rispetto a quella del Pil, e sarà riassorbita solo gradualmente. Secondo le previsioni di Bankitalia gli investimenti però dopo la forte caduta quest’anno saranno in recupero, in misura più accentuata di quanto atteso a luglio nel bollettino economico.

Scambi di beni su valori pre-crisi già a inizio 2021

La domanda estera per i beni prodotti nel nostro Paese, caduta di oltre il 10% quest’anno, tornerebbe a espandersi in media di circa il 5% all’anno nel prossimo triennio. Secondo Bankitalia gli investimenti saranno “sospinti dagli interventi finanziati con i fondi Next Generation Eu nonché dalle favorevoli condizioni di finanziamento. La significativa ripresa delle esportazioni dopo la flessione nell’anno in corso proseguirebbe a ritmi in linea con le ipotesi per la domanda estera. L’espansione sarebbe trainata dagli scambi di beni, che si riporterebbero sui valori pre-crisi già a inizio 2021, mentre quelli di servizi risentirebbero più a lungo della debolezza dei flussi turistici internazionali”.

Gli occupati torneranno ad aumentare nel 2022

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, riporta Askanews, “si valuta che il numero di ore lavorate diminuisca quest’anno di quasi il 13%, e tornerebbe a crescere nel corso del prossimo triennio, recuperando gran parte della caduta entro il 2023 – si legge ancora nel documento -. La diminuzione del numero di occupati quest’anno sarebbe stata limitata all’1,8%, grazie all’esteso ricorso alla cassa integrazione. Dopo una riduzione nel 2021, che riflette l’effetto ritardato della crisi pandemica, gli occupati tornerebbero ad aumentare nel 2022 e nel 2023”.

Nel 2021 l’inflazione rimane molto bassa

I prezzi al consumo quest’anno diminuiranno lievemente, “principalmente per effetto della caduta di oltre il 30% delle quotazioni del petrolio. L’inflazione rimarrebbe molto bassa nel 2021 – scrive Bankitalia – risentendo degli ampi margini di capacità inutilizzata che frenerebbero gli aumenti salariali, e si tradurrebbero in politiche di prezzo prudenti delle imprese”. In seguito l’inflazione tornerebbe a salire gradualmente, portandosi nel 2023 all’1,2%.

“Lo scenario di base è fortemente dipendente dalle ipotesi sull’evoluzione della pandemia – spiega Via Nazionale -. Minori ripercussioni dei contagi sull’attività all’inizio del 2021 potrebbero tradursi in un ritmo di crescita più elevato nella media dell’anno prossimo”. Di contro, un prolungamento degli effetti sfavorevoli della pandemia a livello globale, se non contrastati dalle politiche economiche, potrebbe rappresentare un rischio per le prospettive di crescita , influendo negativamente sui comportamenti di consumo e investimento, sugli scambi internazionali e le condizioni finanziarie.

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