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Lavoro, chi seleziona il personale deve guardare al futuro

Attraverso l’analisi del curriculum vitae, le referenze e l’immagine online del candidato a una posizione lavorativa, chi si occupa di recruiting compone un’istantanea dei profili migliori, per poi scegliere quello più idoneo in base alle esigenze dell’azienda. Il processo di selezione tradizionale prevede di premiare con l’assunzione la persona con le migliori competenze e le capacità più adatte a soddisfare i bisogni dell’organizzazione. Per questo motivo, negli annunci di lavoro, viene elencata una serie di requisiti fondamentali che devono trovare risposta nei curricula inviati. Ma è davvero sufficiente focalizzarsi sul presente al momento della selezione del personale?

Il recruiter non deve pensare unicamente al presente

Secondo Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera, la risposta è no.
“Chi struttura un processo di selezione del personale pensando alle necessità attuali dell’azienda sbaglia, per il semplice fatto che quel candidato non dovrà lavorare oggi – spiega Adami -. No, sarà al lavoro domani, il giorno dopo e il giorno dopo ancora, e per questo motivo chi si occupa di recruiting non deve pensare unicamente al presente, concentrandosi invece anche e soprattutto sul futuro”.

La società sta cambiando e la tecnologia corre ancora più rapidamente

Certo, un tempo era possibile concentrarsi solamente sul presente. Fino a qualche decennio fa, infatti, i cambiamenti all’interno dei vari settori erano piuttosto lenti. Oggi la situazione è invece profondamente diversa.
“La società sta cambiando velocemente, e l’evoluzione tecnologica sta correndo ancora più rapidamente – aggiunge l’head hunter -. Questo significa che per rimanere al passo è necessario aggiornarsi continuamente, senza mai smettere di imparare. Dal punto di vista di chi si occupa di ricerca e selezione del personale vuol dire anche che non bisogna assumere ciecamente chi soddisfa i criteri richiesti dall’azienda oggi, bensì chi riuscirà a farlo domani e dopodomani, andando oltre i titoli e le hard skills”.

Serve anche una conoscenza del settore specifico

La semplice analisi del curriculum vitae può quindi dare solo una prima idea sulle effettive capacità del candidato. Per effettuare la scelta giusta è necessario condurre interviste in profondità, e soprattutto, conoscere bene quelli che potranno essere gli sviluppi del settore.
“Questo significa che la selezione del personale deve essere fatta a partire da uno studio profondo dei candidati, nonché da una conoscenza specialistica del settore: non è un caso se la nostra società di head hunting può contare su cacciatori di teste specializzati in singoli settori – sottolinea Adami -. Un recruiter che si presta a processi di selezione per qualsiasi settore, dall’automotive al marketing, dal retail alla sanità, non può infatti avere le competenze sufficienti per capire davvero di cosa ha e avrà bisogno un’azienda per continuare a essere competitiva”.

Pandemia: cosa e come è cambiato nel mondo del lavoro?

Se il mese di maggio ha segnato un nuovo importante passo verso il ritorno alla normalità, e prima o poi il Covid-19 resterà un terribile ricordo, dopo la pandemia il mondo del lavoro non tornerà quello di prima. 
“Di certo la gestione delle risorse umane non fa eccezioni – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Anzi, è forse proprio nella gestione e nella selezione dei talenti che il mondo del lavoro è cambiato maggiormente con l’emergenza sanitaria”.
Ma quando si pensa alle rivoluzioni portate o accelerate dalla pandemia si pensa soprattutto allo smart working. “Il lavoro agile è qualcosa che era già pronto a diffondersi, ma con la pandemia ha conosciuto un’enorme accelerazione”, continua Adami. Oggi infatti si allarga il fronte dei lavoratori desiderosi di mantenere il lavoro da remoto.

Il lavoro agile richiede flessibilità mentale

“La maggior parte dei candidati punta a uno o due giorni di lavoro in agilità alla settimana, per meglio equilibrare sfera professionale e personale”, sottolinea Adami.
Non si parla però solo di smart working: la pandemia ha cambiato in modo diretto e indiretto anche altri aspetti del mondo del lavoro. Da una parte il Covid-19 ha portato le aziende a cercare qualcosa di diverso nei nuovi assunti, soprattutto agilità e flessibilità mentale, dall’altra ha portato i dipendenti a focalizzarsi maggiormente sull’importanza del proprio benessere fisico e psicologico.
“In generale, le persone sono meno disposte a fare compromessi su questi aspetti, e il significativo aumento di dimissioni volontarie che hanno avuto luogo anche in Italia lo dimostra”, aggiunge Adami.

Il fenomeno delle dimissioni volontarie

A dimostrare che la Great Resignation non è un fenomeno unicamente americano, un’indagine Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale, effettuata su 850 rispondenti tra direttori del personale e aziende, attesta che il 75% delle aziende italiane ha già avuto a che fare con un aumento delle dimissioni volontarie. In particolare, per quanto riguarda le aree informatica, marketing e produzione.
“L’aumento delle dimissioni è in linea con la volontà via via più forte dei dipendenti di avere un lavoro quanto più possibile ideale – commenta l’head hunter -: si mira a posti in cui sia possibile fare davvero la differenza, in cui ci si possa sentire un elemento integrante e indispensabile”.

I Millennial chiedono formazione continua

Nel caso dei lavoratori più giovani sono ulteriori gli aspetti da prendere in considerazione: “per i Millennial è particolarmente importante il tema della formazione continua in azienda, con la possibilità di crescere, di imparare e di fare carriera, che finisce per superare per importanza il fattore stipendio”, dichiara Adami.
Non va poi sottovalutato il fatto che i giovani sono sempre meno disposti a lavorare per realtà che non rispecchiano i loro valori: “anche questo punto deve essere tenuto in grande considerazione – puntualizza Adami – per non vedere calare inesorabilmente le candidature in risposta ai propri annunci di lavoro”.

La sostenibilità insostenibile, come evitare l’effetto greenwashing

Nella fisica l’aggettivo ‘sostenibile’ indica un processo o uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente. Partendo dal concetto di assenza di alterazioni, nella realtà dei nostri giorni questo termine ha raccolto tanti altri significati, fino ad assumere la sostanza di una vera e propria etica. In questo processo di desemantizzazione, l’aggettivo ‘sostenibile’ viene usato molto: ci circonda quotidianamente nei contesti più svariati, dalle tematiche ambientali a quelle sociali, per giungere fino ai prodotti di consumo. Al suo significato contrario di ‘insostenibile’ si ricorre invece sempre meno, come se l’accezione diventata principale, crescendo a dismisura, abbia cancellato le altre.

Quando le aziende occultano l’impatto ambientale negativo

Eppure, se guardiamo nello specifico alle aziende che fanno uso dell’aggettivo ‘sostenibile’ per i propri prodotti, accade di frequente di trovare casi ‘insostenibili’, ovvero non difendibili sul piano della correttezza logica e della validità delle argomentazioni. In buona sostanza, non credibili.
Negli ultimi anni, con la crescente adesione ai temi della sostenibilità, si è assistito alla diffusione del Greenwashing, una strategia di comunicazione o di marketing perseguita da aziende, istituzioni, enti che presentano come ecosostenibili le proprie attività, cercando di occultarne l’impatto ambientale negativo. Si tratta del tentativo di conseguire i benefici di un posizionamento incentrato sulla sostenibilità millantandolo in maniera totale o parziale, ad esempio valorizzando solo alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Recuperare credibilità è più difficile di costruirla

Da sempre smentire è molto più difficile che affermare. Nel nostro mondo di connessione totale, è diventato nettamente più difficile. Recuperare credibilità è quindi più difficile di costruirla.
Il rischio che corre chi pratica il greenwashing è lo stesso di chi afferma l’insostenibile: la perdita di credibilità. In questo caso, con l’aggravante della gravità del contesto. Infatti, è difficile immaginare qualcosa di peggio per un’azienda che dare di sé l’immagine di mentire sugli aspetti legati all’etica.

Gli sforzi verso la sostenibilità devono essere plausibili e non strumentali 

Ma anche le aziende che agiscono in maniera trasparente e corretta possono essere equivocate. In un contesto come quello della sostenibilità, dove la conoscenza è scarsa e regna l’incertezza, è fondamentale chiarire ogni dubbio e verificare che gli sforzi verso la sostenibilità siano ritenuti sostenibili, cioè plausibili, non strumentali o, peggio ancora, non mistificatori.
Per questo motivo Eumetra ha sviluppato un modello di analisi proprietario volto a verificare quanto il grande pubblico ritenga sostenibili le promesse nell’ambito della sostenibilità dei prodotti, quanto lo siano le specifiche referenze, e quanto è probabile che vengano realmente adottate.

Produzione industriale lombarda, il 2021 chiude a +15,6%

Secondo i dati del IV° trimestre 2021 pubblicati da Unioncamere Lombardia la produzione industriale lombarda nel quarto trimestre 2021 cresce del +2,3% congiunturale e chiude l’anno in rialzo, sia rispetto al 2020 (+15,6%) sia al 2019 (+4,3%). Rimane comunque alta l’attenzione sui prezzi per i rincari di beni energetici, e persistono ancora difficoltà nelle catene di fornitura. Le aspettative delle aziende sull’andamento della domanda rimangono positive e in linea con i livelli massimi storici, pur in leggera flessione per il mercato interno, così come per le aspettative sulla produzione. Ancora in miglioramento le aspettative occupazionali per il prossimo trimestre.

Dinamiche settoriali

La maggior parte dei settori industriali chiudono il 2021 con un recupero dei livelli produttivi. A consuntivo la crescita media annua 2021/2019 vede le buone performance di Minerali non metalliferi (+7,8%), Gomma-plastica (+7,7%), Chimica (+7,3%), Meccanica (+6,6%) e Siderurgia (+6,1%). In crescita, sebbene meno accentuata, Alimentare (+3,8%), Mezzi di trasporto (+2,5%), Legno-mobilio (+2,5%) e Industrie Varie (+1,9%). La fase di ripresa si è avviata anche per i restanti settori, ma con minor intensità: il settore della Carta-stampa si ferma a -1,0%, mentre il comparto moda appare più in affanno, con Pelli-calzature a -4,9%, Tessile -8,6% e Abbigliamento -15,8%). Meno positivo il quadro dell’artigianato per i settori che segnalano un risultato a consuntivo ancora negativo rispetto al 2019: Alimentare, -3,4%, Carta-stampa, -4,4%, Tessile, -5,5%, manifatturiere Varie, -7,9%, abbigliamento, -11,6%, e Pelli-calzature, -26,7%.

Fatturato e ordinativi

Il fatturato dell’industria a prezzi correnti segna un ottimo risultato, legato anche agli incrementi di prezzo inflazionistici in atto, con una crescita media annua del +12,1% rispetto al 2019, mentre la dinamica congiunturale rimane caratterizzata da una crescita del +3,6%. Per le imprese artigiane il fatturato cresce solo dello 0,2% rispetto al 2019, ma la dinamica congiunturale è positiva (+3,2%). La crescita media annua sul 2019 degli ordinativi dell’industria è a due cifre sia per il mercato interno (+11,0%) sia estero (+14,7%), mentre la dinamica congiunturale presenta un’accelerazione degli ordini interni (+5,0%),e un rallentamento dell’incremento degli ordini dall’estero (+3,9%). La quota di fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,7%) ma resta poco rilevante ed è in calo per le imprese artigiane (7,5%).

Prezzi e occupazione
I prezzi delle materie prime presentano una dinamica congiunturale in forte rialzo, mentre l’incremento medio annuo si attesta al +29,3% per l’industria e del 37,8% per l’artigianato. I prezzi dei prodotti finiti seguono ancora a distanza l’incremento delle materie prime, registrando a fine anno un +5,4% congiunturale per l’industria e un +6,9% per l’artigianato. In questo caso gli incrementi medi annui sono più contenuti, e pari a +11,7% per l’industria e +14,3% per l’artigianato.
Quanto all’occupazione, per l’industria presenta un saldo positivo (+0,2%) e diminuisce il ricorso alla CIG.
Stesso saldo occupazionale positivo per l’artigianato (+0,2%), e in calo al 10,9% la quota di aziende che dichiara di aver utilizzato la cassa integrazione.

Dall’intrattenimento al fitness i consumi europei si spostano a casa 

Secondo il sondaggio Covid-19 Consumer/Shopper Survey, realizzato da Bain & Company in collaborazione con Dynata, in Europa le persone che dispongono di servizi streaming hanno registrato un netto incremento, passando dal 40% del periodo pre Covid-19 al 51% di novembre 2021. Questo perché durante la pandemia i consumatori europei hanno incrementato le proprie attività domestiche. Ad esempio, spendendo una quantità di tempo significativa a guardare live TV: a novembre 2021 erano il 51% dei consumatori, contro il 46% del periodo precedente alla pandemia.
Il 36% delle persone però, rispetto al 30% del pre-Covid, ha anche dedicato più tempo alla lettura, mentre i videogame hanno conquistato il 32% degli intervistati, rispetto al 28% di prima della pandemia. Quanto ai podcast vi si è dedicato il 15% degli intervistati, contro il 12% del pre-Covid.

Si beve alcool a casa, ma si vorrebbe tornare al ristorante

In questo contesto, anche il consumo di alcolici, tradizionalmente associato ai momenti di socialità, si è spostato tra le mura domestiche. La percentuale di consumatori europei che oggi dichiara di bere principalmente a casa è il 74%, rispetto al 59% dell’epoca pre-Covid.
“Il 75% degli italiani intervistati a fine 2021 era disposto a tornare a cenare al ristorante, anche al chiuso – commenta Duilio Matrullo, Partner Bain & Company -. Questo dato era migliore della media europea, e in linea con la tradizionale propensione italiana al consumo fuori casa. Crediamo in definitiva nella resilienza del settore della ristorazione, che uscirà comunque profondamente trasformato in termini di formati e di approccio al consumatore”.

Smart working e impatto su industrie e filiere, dal real estate alla tecnologia

Per quanto riguarda lo smart working, non è destinato a scomparire con la fine della pandemia, e non avrà conseguenze solo sulla vita dei lavoratori.
“L’impatto dello smartworking – aggiunge Sergio Iardella, Partner Bain & Company – avrà conseguenze profonde su tantissime industrie e filiere: dal real estate e in generale all’urbanizzazione, fino a tutti i servizi di prossimità, che continueranno ad avere una ripresa strutturale dopo l’epoca delle grandi superfici commerciali fuori città, fino ovviamente a tutti i servizi tecnologici a casa, che subiranno un’accelerazione in termini di volumi e di sofisticazione della domanda”.

Si spende meno nei saloni di bellezza e non si torna in palestra

Per quanto riguarda le spese nei saloni di bellezza, anche in questo caso molti consumatori europei ora si prendono cura di sé nelle proprie case. Ma “gli italiani, da questo punto di vista, sono più fiduciosi della media europea – spiega Matrullo -: il 46% di loro spende meno nei saloni rispetto a quanto facesse prima della pandemia, contro il 48% europeo, e il 54% di loro, contro il 58% europeo, si aspetta che questa contrazione della spesa continui. E il mondo del fitness? Nonostante la riapertura delle palestre alcuni cambiamenti potrebbero essere strutturali. In Europa, il 25% di chi andava in palestra non è più tornato, e in Italia questo trend è ancora più accentuato. Il 34% degli italiani non ha più fatto ritorno in palestra dall’inizio della pandemia.

Fusioni e acquisizioni aziendali: nel 2021 +27,3%

Nel corso del 2021 si sono registrati 705 deals con target in Italia, +27,3% rispetto al 2020, con un volume complessivamente investito in Italia superiore a 85,5 miliardi di euro, oltre il doppio di quanto investito nel 2020. Secondo la ricerca EY, dal titolo M&A in Italia – Review 2021 e Preview 2022, il volume di investimento è stato trainato da diverse operazioni di grande dimensione, con ben 18 operazioni rispetto alle 10 del 2020, che hanno totalizzato un valore aggregato eccedente i 60 miliardi. Il rapporto evidenzia quindi una crescita delle fusioni e acquisizioni aziendali. In particolare, lo studio analizza l’andamento dell’M&A in Italia nel corso del 2021, e approfondisce i principali trend attesi nel 2022 per ogni settore strategico: infrastrutture e costruzioni, energy, TMT, life science, macchinari industriali, automotive e retail & consumer.

Anche nel Mid Market il dato è positivo

Anche nel cosiddetto Mid Market il dato è stato positivo, con un totale investito pari a circa 24,6 miliardi (+55,4% rispetto al 2020).
L’elevata attività transazionale, si legge in una sintesi del rapporto, è stata una delle risposte alla trasformazione dei modelli di business e delle operations delle aziende accelerata dalla pandemia legata al Covid-19. La pandemia ha infatti innescato processi di riorganizzazione supportati anche da acquisizioni per dotarsi di nuove competenze, tecnologie, catene di produzione e mercati di sbocco. Una rinnovata attenzione ai temi della sostenibilità, nel senso ampio del termine, ha contribuito a spingere ulteriormente la dinamica transazionale, specie per efficientare l’impatto dai cicli di produzione e per allargare la gamma di prodotti per soddisfare le nuove esigenze dei consumatori.

I settori più performanti: industriale e chimico, consumer e tech

Tra i settori più performanti per numero di operazioni, il settore industriale e chimico (195), il consumer (132) e quello technology (88).
Quanto all’analisi per valore delle operazioni, guida la classifica il settore infrastrutture e costruzioni (22.312 milioni), seguito da quello delle telecomunicazioni (11.897 milioni) ed energetico (10.583 milioni). Il Private Equity ha visto incrementare significativamente il proprio ruolo: i fondi hanno concluso circa 166 operazioni di buy-out su target italiane per un valore aggregato di circa 21 miliardi (rispetto a 120 operazioni nel 2020 per 8,3 miliardi).

Nel 2022 si punterà su Tlc, life science ed energia

Si tratta del dato relativo all’attività dei fondi in Italia maggiore di sempre, sia a valore sia a volume, riporta Askanews. In termini di numero di operazioni, hanno realizzato circa il 23,5% delle transazioni. Diversi elementi suggeriscono che il mercato M&A nel corso del 2022 possa esprimere andamenti positivi. Sussistono, a ogni modo, elementi di incertezza, legati all’andamento della pandemia e l’andamento inflattivo. Molte grandi operazioni sono attese nel 2022, soprattutto nei settori delle telecomunicazioni, life science ed energia.

Istat, a dicembre sale la fiducia dei consumatori, ma non quella delle imprese

Luci e ombre sul clima di fiducia percepito dagli italiani nel mese di dicembre 2021. A fotografare la situazione è come sempre l’Istat, che ha analizzato – come è ormai tradizione – il sentiment espresso dai nostri connazionali e dalle imprese del nostro Paese, rilevando delle discrepanze tra le due macrocategorie. Da una parte ci sono i cittadini – per i quali l’Istituto Nazionale di Statistica ha stimato un lieve aumento dell’indice del clima di fiducia (da 117,5 a 117,7) – dall’altro le imprese, il cui indice composito del clima di fiducia flette da 114,8 a 113,1, pur mantenendosi su livelli alti. 

I consumatori i più ottimisti

Commenta così gli indici di fiducia di dicembre Paolo Mameli, senior economist Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo: “La fiducia delle famiglie è salita a 117,7 da 117,5 precedente, grazie a un maggiore ottimismo in merito alla situazione economica personale e alle condizioni correnti, mentre le indicazioni sul clima economico generale, e le aspettative per il futuro, sono calate. I consumatori si mostrano più fiduciosi sulla situazione attuale del Paese, sul bilancio famigliare e sulle opportunità attuali di acquisto di beni durevoli, ma sono meno ottimisti circa le prospettive economiche dell’Italia e le opportunità sia attuali che future di risparmio. Inoltre, l’inflazione percepita dai consumatori è salita ulteriormente, a un nuovo massimo, e quella attesa per i prossimi 12 mesi è calata solo marginalmente. Infine, i timori sulla disoccupazione sono tornati ad aumentare, sia pure moderatamente, dopo quattro mesi di calo”.
I dati dell’Istat confermano: l’incremento dell’indice di fiducia espresso dai consumatori, seppur di modesta entità, è dovuto essenzialmente ad un miglioramento del clima personale (da 110,0 a 110,4) e di quello corrente (da 115,2 a 115,6). Diverso invece il discorso per quanto riguarda lo scenario economico e le prospettive future, che appiano nel segno del pessimismo. Il clima economico e quello futuro sono, infatti, in leggero peggioramento (i relativi indici calano, rispettivamente, da 139,8 a 139,6 e da 121,0 a 120,8).

Le imprese più caute

In generale, le imprese esprimono un peggioramento delle aspettative sulla produzione nel manifatturiero, di quelle sugli ordini nei servizi e di quelle sull’occupazione presso l’impresa nelle costruzioni. L’indice di fiducia è in diminuzione nell’industria manifatturiera (da 115,9 a 115,2) e nei servizi di mercato (da 111,3 a 110,2) mentre aumenta nelle costruzioni (da 157,4 a 159,1) e nel commercio al dettaglio (da 106,8 a 107,4). Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura migliorano leggermente i giudizi sugli ordini mentre diminuisce l’ottimismo delle aspettative sulla produzione e le scorte sono giudicate in accumulo. Nei servizi di mercato, il calo dell’indice è determinato dalle aspettative sugli ordini che diminuiscono marcatamente soprattutto nel settore dei servizi turistici, che negli ultimi mesi hanno visto messa in difficoltà la loro attività dalla pandemia e da tutte le relative limitazioni.

La tecnologia al primo posto nella wishlist natalizia

Gli italiani hanno le idee chiare: tra le opzioni preferite come regalo di Natale primeggiano gli articoli tecnologici, con più del 71% delle preferenze, soprattutto per quanto riguarda le fasce di età più giovani, come la Gen Z (oltre l’82%), in particolare per il campione maschile (82%). Tra le opzioni più apprezzate, si fanno notare anche i prodotti enogastronomici, da sempre grandi protagonisti dei classici cesti natalizi, con il 63,4% delle preferenze, mentre più in basso in classifica si posizionano i gioielli (36%) e le esperienze speciali, come eventi, degustazioni enogastronomiche o corsi ricreativi (46,9%). È quanto emerge dalla ricerca di Samsung Electronics Italia in collaborazione con GWI.

A ognuno il suo regalo

Quanto ai dispositivi tecnologici, sono scelti dal 44% circa del campione. In particolare, questa tipologia di doni risulta la più scelta dal segmento 25-34 anni, con oltre il 39% delle preferenze.
Per il proprio partner, il 34% del campione sceglie invece gioielli o articoli di profumeria, opzione scelta da quasi il 46% dei Millennial. Considerando invece gli affetti famigliari, i regali preferiti sono quelli tradizionali, come libri e prodotti editoriali (15,9% nel caso di un regalo ai genitori, 17% per i fratelli), mentre i prodotti tecnologici risultano i prediletti per i figli, con il 19% delle preferenze. Una scelta probabilmente influenzata dall’alta richiesta di console, videogiochi e device tech legati all’intrattenimento. E per gli amici? Per loro soprattutto libri (20% circa) e prodotti enogastronomici (16,4%), idee senza tempo sempre apprezzate da chi le riceve.

Lo smartphone è sempre il preferito

Se la tecnologia risulta tra le scelte privilegiate dai consumatori italiani quando si tratta di regali natalizi sono tanti i dispositivi tra cui decidere per un regalo gradito a sé o agli altri. Ma tra questi il preferito in assoluto è sempre lo smartphone, che raccoglie oltre il 52% delle preferenze.
Iniziare il nuovo anno con un alleato tecnologico sempre in tasca rappresenta certamente una forte motivazione, ma anche la smart TV (41% circa) presenta un forte appeal, soprattutto per il target 35-44 anni (49,3%).

Il 5,9% spende più di 1.000 euro

Tra i dispositivi per la casa, riporta Italpress, il robot aspirapolvere vince su tutti (26,9%), specie per la fascia d’età 45-54, segue la lavatrice/asciugatrice smart (18,9%) e a sorpresa, dalla Generazione Z, con il 25,5% delle preferenze.  Quanto al budget, il 34% degli italiani dichiara di arrivare a investire tra i 200 e i 400 euro per soddisfare i desideri tecnologici. Solo il 7,7% spende tra i 600 e i 1.000 euro, e il 5,9% si impegna con cifre superiori ai 1.000 euro. Quest’ultima tendenza risulta particolarmente rilevante nel target 35-44 anni, che risultano concordi nell’11% dei casi.

I consumatori tornano allo shopping in-store, e aumenta l’ottimismo

Con l’aumento dell’ottimismo i consumatori pianificano di spendere di più per le attività fuori casa, e tornano allo shopping in-store. Insomma, dagli acquisti in negozio all’intrattenimento ai viaggi, riprendono i consumi extra domestici e torna l’ottimismo. Il 61% dei consumatori è infatti ottimista sul futuro, e chi è vaccinato lo è in misura maggiore rispetto a chi deve ancora ricevere il vaccino. Secondo i dati emersi dal sondaggio globale PwC 2021 Global Consumer Insights Pulse Survey il 66% dei parzialmente vaccinati dichiara infatti di essere ottimista contro il 43% dei non vaccinati. Ma anche le modalità di lavoro, in particolare lo smart working, hanno influenzato i livelli di ottimismo, e chi lavora da casa o in modo ibrido è più ottimista (68%) rispetto a chi lavora fuori casa (58%).

Il 48% dei consumatori visita un negozio fisico almeno una volta alla settimana

Di fatto gli acquisti in negozio sono in ripresa, tanto che il 48% dei consumatori visita un negozio fisico almeno una volta alla settimana e il 72% è propenso a visitare un centro commerciale nei prossimi 6 mesi. Circa la metà (41%) degli intervistati però fa acquisti tramite smartphone almeno una volta alla settimana, soprattutto i millennial (50%). Circa un terzo dei consumatori a livello globale (31%), poi, prevede di aumentare la spesa per viaggi nei prossimi sei mesi, e l’82% di questi è almeno parzialmente vaccinato.

La sostenibilità è un fattore chiave nelle decisioni d’acquisto

I consumatori prevedono anche di spendere di più in generi alimentari (41%), moda (33%), e salute e bellezza (30%), dando così un ulteriore impulso alla ripresa economica. Inoltre, la sostenibilità è un fattore chiave nelle decisioni d’acquisto. Il 52% degli intervistati dichiara di essere più ‘ecologico’ rispetto a sei mesi fa, e la metà degli intervistati (51%) afferma di prendere in considerazione l’origine tracciabile e trasparente del prodotto che intende acquistare. Ma il prezzo e la convenienza rimangono i fattori più importanti. Circa il 70% dà priorità all’offerta migliore quando fa acquisti, e più della metà afferma che un servizio di consegna o ritiro efficiente è sempre o molto spesso rilevante.

La protezione dei dati personali è più importante della customer experience

In tutti i settori più di un consumatore su dieci non crede però che le aziende stiano rispettando i propri valori o mantenendo ciò che hanno promesso. E la fiducia dei consumatori è influenzata principalmente dal modo in cui le aziende utilizzano i dati. L’83% degli intervistati dichiara infatti che le pratiche di protezione influenzano la fiducia in un’azienda, e circa la metà (47%) afferma che l’uso dei propri dati è una priorità assoluta, molto più importante che ricevere una customer experience ‘su misura’.
Inoltre, tre consumatori su cinque (59%) ritengono di essere diventati più protettivi nei confronti dei propri dati negli ultimi 6 mesi, e il 55% afferma di non essere disposto a scambiare i propri dati per un compenso o uno sconto.

Healthy food, un trend che segna la ripresa dalla pandemia

Il cibo in relazione alla salute è un trend che consideriamo consolidato. Il food è visto anche come potenziamento, integrazione e prevenzione, e la sempre maggiore ricerca di prodotti con vitamine, sali minerali, nutrienti benefici (i Super-Foods), va di pari passo con il ritorno alla valorizzazione di sapori e ricette italiane, e con l’attenzione al bio, il Km0, e la sostenibilità. Nel nostro ‘nuovo’ mondo domestico la cucina è infatti spesso al centro, e la spesa alimentare è sempre più forte sul bilancio familiare. In parte, abbiamo anche cambiato il nostro modo di fare la spesa, scoprendo nuovi punti vendita, valorizzando quelli vicini a casa, e imparando a fare la spesa online. Anche in virtù di queste nuove abitudini l’healthy food è una nuova tendenza, così come un segno di ripresa dai quasi due anni di pandemia.

L’innovazione fine a sé stessa non affascina più

Altri trend, molto in auge prima della pandemia, ora sono un po’ sottotono, come l’innovazione, la snackizzazione il Food-on the go, l’experience a tutti i costi, e la personalizzazione. Queste considerazioni portano a ‘distillare’ tre aree di conseguenze e riflessi in vista della ‘nuova normalità’. Innanzitutto, è indubbio che stiamo riportando al centro della nostra visione del mondo l’idea di una ‘sottrazione’, o di un ‘meglio a meno’, e quella di una deglobalizzazione, con l’apparente minore voglia di sperimentare il nuovo/lontano/esotico e un minore fascino per ciò che semplicemente costa o per l’innovazione fine a sé stessa.

La centralità sulla salute rafforza i legami con il cibo, l’ambiente e il clima

Inoltre, la centralità sulla salute rafforza i legami tra salute e cibo, salute e ambiente, e salute e clima.
Questo ha ovvie ripercussioni sul consumer journey, dove le nuove routine di acquisto si affermano come ‘alterazione delle abitudini’ e dilemma tra adeguamento e trasgressione. Non si dimentichi infatti che ricerca di cibi/marche premium e corsa al discount sono fenomeni egualmente in crescita. Terza area di conseguenza riguarda sia le aziende del settore alimentare, sempre molto sollecitate dalle novità così come dalla presenza quotidiana delle marche, sia i consumatori, che chiedono più innovazione e azioni sul territorio in logiche di sostenibilità, con attenzione all’ambiente.

Sostenibilità, non solo etica ma ‘sistema’ 

Oggi la sostenibilità deve essere ‘funzione’: prima ancora che etica, ‘sistema’ di soggetti e relazioni. Un ‘cibo buono’, oltre che essere vantaggioso, deve far bene a me, agli altri e all’ambiente. Quindi, in definitiva, la salute è la cosa più importante: lo stare bene porta salute, e per questo possiamo contare su scelte alimentari, di prodotti e di comportamenti orientati alla salute. Vicini o lontani, anche gli altri devono essere una risorsa: siamo tutti connessi, lo abbiamo capito bene, e nessuno si salva da solo. Dobbiamo recuperare tempi e spazi, non necessariamente per fare più cose, ma per realizzare sogni, esperienze, immersioni, anche semplicemente per avere più tempo discrezionale.

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